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mercoledì 9 dicembre 2015

PAINT ME THE MOON: EPILOGO PRIMA PARTE



8 Dicembre 2014 
9 Dicembre 2015 

Per chi ha ancora voglia di leggere. 

Volevo solo dirvi che ho sempre scritto. 
Ho sempre tenuto il taccuino del Pc acceso. 
Ho sempre scritto anche su fogli, e negli unici momenti in cui la voglia di scrivere coincideva con il giusto tempo libero. Tra lavoro (soprattutto quello ) e dinamiche rivoluzionate nella vita personale, so di aver trascurato il piacere di scrivere, e di conseguenza chi mi ha seguito fin qui. 

Vi chiedo scusa e vi rispetto se mi manderete al diavolo dopo 1 anno. 

Per chi c'è, buona lettura con questa prima parte di Epilogo. 

PS. Sapete, è rimasto in silenzio per buona parte della storia, adesso però.. ha molto da dire  









POV RICHARD

<<Vuoi davvero vivere a Baton Rouge?>>
<<Si, c'è la Luna più bella che abbia mai visto e voglio mostrartela>>. 

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Sorrido, scuotendo la testa.
<<Marlowe Sturridge sei l'amica più cocciuta che ho, ma faremo a modo tuo. Vedi di non spaventarla, è a Londra solo da ventiquattro ore!>>, lancio il cellulare sulle grandi e morbide sedute del sofà bianco e mi arrampico gattoni sul grande letto del mio appartamento, in Parsons Green. Lo faccio lentamente, senza disturbarla. Clay era così stanca che non mi ha nemmeno sentito bisbigliare al telefono. Eravamo entrambi emotivamente distrutti: rivedersi, viaggiare all'altro capo del mondo, capirsi e ritrovarsi. Sulle ultime però, purtroppo, non ho alcuna certezza. 
Forse ho esagerato, ma avevo bisogno di lei. La sua assenza è stata la mia vera terapia d'urto.
In tutto quel tempo trascorso per strada, vivendo giorno per giorno come se non avessi alternative reali, non mi ero mai sentito solo. Il desiderio di stare lontano da casa mi dava quasi forza. 
La terapista dice che la solitudine non è una condizione fisica, ma mentale. Non è un posto dove siamo, ma è come ci sentiamo. 
Per questo ho smesso di respirare quando sono ritornato a casa dopo tre lunghi anni. In fondo non ero solo. Avevo ritrovato il calore dei miei genitori, dei parenti più stretti, e degli amici che avevo volutamente lasciato. Li ho ritrovati lì, come se il tempo non fosse trascorso, come se le mie azioni fossero state dimenticate, come se tutto si fosse già consumato con la mia assenza: Punizione e assoluzione insieme.
Eppure, sapevo perfettamente che era solo l'inizio di quello che avrei subito di li a poco. Ho scavato a mani nude dentro di me fino a perdere sensibilità alle dita, fino a disinfettarmi da solo le ferite, e vederle guarire giorno dopo giorno. Ero sulla strada giusta, eppure stavo male. Male per lei, male di lei. 
Ad un tratto, tutto ciò che desideravo al mondo era quella città, con dentro quel loft, con dentro lei. 
Continuavo a chiedere alla Dottoressa Tracy quando sarei stato finalmente pronto per tornare a casa. E lei, sapendo perfettamente a cosa mi riferissi, mi ha semplicemente risposto:
<<Quando ti sentirai pronto, Richard>>.
Così, quando Ryan mi ha chiamato per gli auguri di Natale e gli ho chiesto come stesse Clay, mi ha risposto: "Come sempre, sopravvive".

Ma io non volevo che sopravvivesse a me, volevo che vivesse con me. Quella notte ho dipinto. Ho pianto e dipinto l'unico pezzo ancora mancante.

Prenotare il volo di andata è stato semplice. 
Quello di ritorno, per due, mi ha aperto gli occhi: avrei fatto qualsiasi cosa, qualsiasi, pur di non vedere quel posto vuoto.  
Nella peggiore delle ipotesi, avevo previsto un volo piuttosto imbarazzante e silenzioso. E così è stato. 
Nonostante un surreale entusiasmo e il suo seguirmi senza riserve, il nostro comunicare si era ridotto ad uno scambio di battute formali. Sentivo Clay trattenersi dal buttarmi addosso tutta la sua frustrazione, l'impotenza di fronte alla mia richiesta. Io, d'altro canto, non potevo farle capire cosa volesse dire per me tornare a Londra con lei. 
Volevo che mi seguisse, ascoltasse, vedesse, e poi avrei accettato qualsiasi cosa. Anche lasciarla andare.

L'organizzazione del Vernissage ha risucchiato tutto il mio tempo e mi ha tenuto lontano dall'essere impulsivo: il percorso terapeutico mi imponeva di portare a termine un progetto personale, prima di passare ad uno sociale. Un po come un esame finale. Dovevo occuparmi di qualcosa che avrebbe sancito l'inizio della mia nuova vita; Per cui, mi era vietato condividere. Niente relazioni, niente distrazioni, nessun sostegno familiare. Dovevo contare solo su me stesso. 
E ancor più categorico: Niente lei
Era come urlare il suo nome nel bel mezzo di un concerto rock. Non poteva sentire quanto forte la amassi. Non poteva sentirmi gridare che mi mancava, ne potevo farle sapere quanto stessi lottando per tornare da lei. Da sei mesi. Mi trascinava in una costante ricerca di me stesso. 
Nella mia pazzia, c'è un po di lei. Nella mia audacia, determinazione, nell'incanto delle cose che ho osservato e dipinto c'è sempre stata lei. Ed è pensando a lei che ho deciso di buttarmi in questa cosa stremante del Vernissage. 
Nonna Clare ha avuto l'illuminazione:  <<Richard Rey, cosa ti impedisce di prenderli uno ad uno, ingrandirli ed esporli? Visto che sei stato così egoista da portarli via con te, abbi almeno la decenza di restituirglieli, se è quello che vuoi. Ma fallo bene! Stavolta, fai le cose per bene! Che diavolo direbbe tuo nonno altrimenti?>>
Già! Il nonno non avrebbe detto niente. Mi avrebbe accompagnato dai migliori curatori, nelle migliori sale d'esposizione e mi avrebbe osservato mentre concordavo spazi, installazioni, luci, costi di gestione, dimensioni, tele retroilluminate, grafiche, inviti e rinfresco. Mi avrebbe fatto sentire che stavo facendo la cosa giusta. Avrebbe sorriso, e le sue guance si sarebbero arrossate, come sempre. 
Così, alla fine, quella che consideravo la stronzata dell'anno, è diventata la mia sola risorsa per riprendermi l'amore di Claire.
Nel tormento e nella rabbia, le avevo infatti portato via dal loft tutti i disegni che avevo fatto per lei. Tutti quelli che erano nati, giorno dopo giorno, dal suo gesto di donarmi un pastello. Ogni colore, come le avevo raccontato decine di volte, rappresentava qualcosa che volevo sapesse di me. Qualcosa che volevo mi avvicinasse a lei. Disegni che Claire aveva gelosamente custodito e conservato nel loft da quanto mi aveva portato li, usciti dall'ospedale. Vigliacco fino in fondo, le avevo tolto anche i pezzi più importanti della nostra storia. 

Rinsaccato, in ginocchio sul mio letto, fisso il suo viso affondato all'angolo del cuscino: <<Dio come sei bella>>.
Le parole mi restano tra le labbra. Non voglio svegliarla.
Che fine hanno fatto i suoi sfavillanti ricci rossi? Donne e le fottute tinte. Mi ha messo tremendamente a disagio vederla diversa. Potrà essere un insignificante cambiamento per gli altri, ma per me voleva dire che ne aveva abbastanza. Cazzo, le farò lo shampoo personalmente, la infilerò sotto il getto della doccia così tante volte che avrò di nuovo il cuore in gola nel rivederla come l'avevo lasciata. Perché lo avevo fatto. L'avevo lasciata. 
Con l'indice disegno il profilo della sua coscia nuda, imbrigliata nelle lenzuola. Mi ha sempre fatto impazzire. 
Di gioia, nel vederla con la testa poggiata sulla mia mano, quando, sul quel cazzo di letto di ospedale, le sue attenzioni mi facevano paura. 
Di frustrazione, nell'assistere passivamente alla sua vita quando non potevo farne parte. 
Di rabbia, nel vederla superare ogni limite pur di sbattermi in faccia quanto fossi stupido e contraddittorio.
Di sesso, quando quella notte si è presa cura di me, lavando ogni disgustoso centimetro del mio corpo, dentro la vasca da bagno.
D'amore, quando ho capito che mi amava anche lei. 
Sono pazzo di lei. Mi sono innamorato come un coglione
Sorrido, rassegnato. Non sono mai stato così felice di essere un coglione. 
L'ho amata pastello dopo pastello, silenzio dopo silenzio. Non avrei mai creduto possibile che si legasse a me anche lei. Non credevo di meritare qualcosa di così forte, di così disarmante. Nessuno, nelle mie condizioni, avrebbe lasciato spazio ai sentimenti. Odiavo mostrarmi fragile e solo perché chiunque incontrassi, sentiva l'urgenza di provare pietà. 
Troppa pietà. Ma io non avevo bisogno di compassione. Volevo solo essere ignorato. 
Dopo la morte di mio nonno la mia testa è andata letteralmente a farsi fottere. Neanche me lo ricordo come mi sono sentito, non ricordo nemmeno come ho accumulato tanta frustrazione e rabbia. Non riesco a risalire all'origine di tanto smarrimento, sebbene tutto mi sembrava così stretto e difficile. 
Non avevo motivo di nascondere il mio disagio se la vita e la fama dei miei genitori mi stava soffocando. Avrei dovuto chiedere aiuto, ma non ricordo perché non l'ho fatto. 
Ed è stato quello il fulcro della mia terapia: Non ho fatto altro che isolarmi a compartimenti stagni. 
Ero schizzato? Non me lo ricordo. Ho davvero giocato con la vita di mio nonno? Non me lo ricordo. Ho davvero lasciato che la gente mi picchiasse, mi sputasse e mi pisciasse addosso per strada, per tutto quel tempo? Come ho fatto a mandare a puttane la mia vita? Non me lo ricordo. 
E invece era sempre stato tutto chiaro: Ovunque andassi, per quanto mi sforzassi, non avevo bisogno di dimostrare nulla. Mi era tutto dovuto e a nessuno importava se avessi talento, intelligenza o sentimenti. Ero una garanzia e non avevo ancora dimostrato un cazzo nella vita. Avrebbe dovuto essere la mia fortuna, non la mia condanna. -
Adesso lo so. So che l'amore muove il mondo. Muove la tua mano quando dipingi, muove la tua testa quando ascolti una canzone che ti piace, muove le tue gambe quando corri incontro a qualcuno, muove i giorni e le notti.  
Lo so, dopo aver trattenuto il pianto fino a non respirare, sul divano della Dottoressa Tracy. Dopo aver preso a pugni la parete in cartongesso del suo bagno. 
L'ho persino strattonata, dopo che Ryan mi aveva raccontato che Clay aveva avuto una specie di crisi isterica nel bel mezzo dell'oceano, in vacanza con Lynn. E allora sono impazzito. Volevo tornare da lei. Volevo chiamarla, parlarle e raccontarle che la solitudine che la divorava era la stessa che mi avevano imposto. Ero arrivato al punto di aggredire pur di far fallire settimane di terapia. Ho ricominciato da capo, imparando ad incassare un colpo, farmi sopraffare e lasciarlo andare via. 
So che tutto è servito per il mio bene, ma ho perso così tanto di lei in questi mesi che non riesco a darmi pace. Il mio più grande rimpianto è quello di non aver potuto festeggiare il suo compleanno il primo di Dicembre. Avevo sempre immaginato di farle tante piccole sorprese e lasciarla a bocca aperta dal primo momento in cui avesse aperto gli occhi fino a quando non ci fossimo addormentati, l'alba seguente. 
Avrei voluto che fosse tutto diverso, almeno per lei. 
Dopo il terrificante compleanno che ero stato obbligato a passare io, completamente fradicio per colpa di quel pezzo di merda e del suo ristorante, avevo giurato a me stesso che mi sarei riscattato per il suo ventiseiesimo compleanno. Ero determinato a cancellare quella notte per strada, bagnato fino alle ossa. I miei 26 anni se ne erano appena andati a fanculo. Clay aveva tentato di soccorrermi, mentre quel figlio di puttana continuava a buttarmi acqua addosso. L'idiota che allora le stava accanto, Matt, aveva mostrato disprezzo assoluto e lei non aveva avuto scelta che lasciarmi li. 
Non le davo ragioni per restare, ed è stato molto più doloroso della febbre alta dei giorni a seguire. 
Ma essere diventato quello che sono, ora, potrebbe essere una valida ragione per farla restare. E' quello per cui ho lottato, non potrei arrendermi neanche se volessi. 
Il destino ci ha buttati l'uno nella vita dell'altro senza scampo, rivelato cose di noi, delle nostre famiglie, che non avremmo potuto immaginare o inventare. Siamo passati attraverso situazioni grottesche, come quella assurda fra sua madre ed i miei genitori, legati da una disastrosa ironia della sorte.
Persino un fottuto uragano si era messo a giocare con la mia vita, proprio nel momento in cui avevo ricominciato a desiderarne una nuova, con Claire.
E ne siamo usciti fuori quasi illesi, per poi perderci? 

Mi sdraio accanto a lei, infilando le mani sotto al cuscino per non lasciarmi tentare. Trattengo il respiro mentre mi incanto a guardarla dormire. Potrei farmi bastare anche questo momento per tutta la vita, ma la desidero come fosse ossigeno. E starle lontano, non poterla svegliare toccandola o baciandola, mi fa impazzire. 
Viaggio attraverso i lineamenti del suo viso, attraverso le ciglia lunghe e rossastre, che tradiscono il suo meraviglioso colore naturale. Il naso piccolo su cui si posa una spolverata leggera di lentiggini. E quella bocca piena, imbronciata nel sonno. Sporge sempre le labbra come se fosse una bambina arrabbiata, e giuro che questo mi ha messo i brividi dal primo istante. Un broncio tenero che mi fa desiderare di fare l'amore con lei e vederla trasformarsi in donna sotto le mie dita, come l'altra notte nel letto di quel loft che ci appartiene più di qualsiasi contratto di vendita.  
Mi avvicino lentamente alla sua bocca e inspiro l'odore della sua pelle, mentre un impercettibile spasmo gli storce l'angolo sinistro. 
Respira lentamente, mostrandosi senza difese.  
Strizzo la faccia sul cuscino dandogli delle finte testate. Affondo il naso sul cotone per prendermi una pausa dal suo odore, quello per cui impazzisco di gelosia. 
Credo che, quando qualcuno ti permette di conoscere l'odore della sua pelle, sei suo. Ti sta lanciando un segnale di appartenenza e, da quel momento in poi, lo riconoscerai per sempre e ne dipenderai per sempre. 
<< Perché picchi la testa contro il cuscino?>>. 
Il suo bisbiglio roco mi riporta alla vita in un secondo. Mi volto lentamente per guardarla. Finalmente sveglia per poterle parlare. 
Peccato che non riesca a dire niente. Lei mi guarda, senza dire una parola, ed è difficile trattenersi. Difficile. 
Ho i suoi occhi verdi dappertutto, mi stanno scavando un buco nel petto e vorrei solo dirle quanto amore ho per lei. Ma il silenzio ci avvolge e accompagna i nostri sguardi per un tempo infinito. 
Ad un tratto si muove lenta, sollevandosi appena per avvicinarsi un po di più. La sto implorando con gli occhi. 
Il suo viso sovrasta il mio, e sorprendentemente mi bacia, esitante. Sento sempre quella forza mista ad orgoglio quando le sue labbra mi raggiungono in quello stesso identico modo che le appartiene. Quello dei suoi primi baci, dei primi contatti pelle su pelle. Con quella adorabile pressione, quel sapore che lascia una traccia dolce nella mia bocca. Il mio istinto di  possessione si sveglia, la mia natura protettiva e la determinazione hanno il sopravvento. 
Riapro gli occhi e non riesco più a frenarmi. La mia mano accarezza i suoi capelli, la sua testa, dolcemente la spingo a non rifiutarmi. Non può, se non vuole vedermi morire. 
La resa appare subito reciproca e mi lascio cadere sul cuscino, lasciandoci sopraffare dal calore delle nostre bocche, spinte da quel desiderio che avevamo seppellito per troppo tempo. 
Non dire di no. Non dirmi di no Clay. Ho bisogno di sentirti. Ho bisogno di averti perché non riesco a ritrovarmi se non ho te. Dammi spazio, lasciami fare. Ho bisogno di amarti, di farti sentire che non voglio lasciarti mai più. Ho bisogno di questo per vivere, di noi e di tutto quello che abbiamo. Non voglio perderti. Non puoi rinunciare a tutto questo, ed io farò di tutto perché tu mi creda ancora. Perché tu possa sentirti al sicuro. Non voglio fare soltanto l'amore, voglio dirti l'amore e voglio sentirti l'amore. 
E' quello che le sto dicendo baciandola e accarezzando ogni centimetro del suo corpo, che di colpo si sposta sopra il mio. Tutto.
Mi sento schiacciare da ciò che provo, da quei sentimenti che spero le entrino dentro. 
Le sollevo i capelli, liberandole il viso. La guardo socchiudere gli occhi e mi perdo a decifrare i suoi pensieri. 
Adesso dimmi a cosa stai pensando, Clay. Promettimi che tutto avrà un senso. Giurami che le ferite guariranno se resterai con me.
Sento le sue labbra allontanarsi piano, mi lasciano arido e riapro gli occhi. 
<<Richard, hai tempo per me?>>
La sua domanda mi spiazza, ma la conosco e so che non è qualcosa che ha a che fare con il sesso. Questo prorompente desiderio che riempie la stanza. 
La guardo nel profondo degli occhi e le rispondo di si con la testa. <<Giuro che non ne sprecherò più nemmeno un secondo, se farai lo stesso con me>>
Accenna un sorriso, scivolando via da sopra il mio corpo. Si accoccola stretta al mio fianco. Un brivido mi percuote, quando sento in lei la voglia di sentirsi al sicuro accanto a me. Mi sento forte e pronto a proteggerla. Scivolo dietro di lei e la stringo al petto, facendo aderire i nostri corpi come foglie. L'una dentro l'altra. 
<<Chiedimi qualsiasi cosa>>.
<<Vorrei solo qualche risposta, tutto quì>>
<<Claire, ti devo molto più di qualche risposta. E ne ho tutte le intenzioni>> 
La sento trattenere l'aria, poi, con un solo potente sospiro, mi chiede di raccontarle tutto.  
Ad occhi chiusi le bacio la testa: <<Da dove vuoi che inizi?>>
<<Da quando mi dicevi addio, per strada, senza fare una maledetta piega>>. 
Si irrigidisce e per tutta risposta le stringo il fianco, baciandola ancora tra i capelli. Fa un cazzo di male amore mio, ma finalmente posso liberarci dal dolore. Se è questo che serve. 
Poi, le racconto i miei sei mesi senza lei.

- Richard, devi calmarti. Ti farai venire un infarto! E' tutto sotto controllo. 
<<Marlowe, è importante. No! Fondamentale! E' fondamentale che vada tutto come abbiamo organizzato.>>
- Andrà tutto bene. E' solo un po agitata e non la biasimo. Non ha la più pallida idea del perché io l'abbia fatta agghindare come se il Re in persona la stesse aspettando! 
<<Ma tu le hai detto che è solo un'uscita informale, vero?>>
- Richard, è vestita d'argento dalla testa ai piedi e le ho dovuto tenere la mano mentre Simon le sistemava il trucco. Più che informale, direi.. Gatbsy! 
<<Cazzo! Spero solo di non combinare casini. Secondo te si aspetta una stronzata delle mie?>>
- Non lo so, non fa che chiedere di te. Si sfrega le mani e non smette di aggiu-
<<-starsi i capelli, lo so>>. 
 <<Quanto tempo vi occorre per arrivare?>>
- Tesoro, inizia a respirare. Tra dieci minuti saremo li.

Forse le luci sono troppo bianche, troppo intense. Dovrebbero tenerle più offuscate. 
Spingo continuamente la camicia dentro i pantaloni, abbottono la giacca per poi risbottonarla. Cazzo, mi sta esplodendo il petto.
Sbuffo mentre continuo a camminare lungo tutto l'immenso corridoio. Mi volto indietro, bisbigliando a fianco a mio padre.  
<<Papà, le luci. Non vanno bene così. Chiedi a Holland di abbassarle di due toni. C'è troppo bianco che spara sui colori. Non ci siamo.>>
<<Va bene, e smettila di toccarti i pantaloni!>>, mio padre sorride e scuote la testa. <<Sta tranquillo, è meraviglioso quello che stai facendo per lei. Meraviglioso.>>, mi da una pacca sulla spalla e sembra arrossire leggermente. Non è cambiato affatto. 
Nei suoi occhi grigio mare leggo la mia poca convinzione. Quella parte di insicurezza che mi porta a immaginare il totale fallimento. 
Clay sta per arrivare accompagnata dai miei amici che conosce praticamente da qualche ora. Non sa che ad attenderla ci sarà un'intera mostra dedicata ai suoi dipinti, quelli che hanno raccontato passo dopo passo la storia delle nostre vite, di come si sono scontrate, fuse e poi divise. 
Gigantografie realizzate da me, ma che appartengono più al suo spirito, nate dall'ispirazione che lei mi ha fatto ritrovare. E adesso sono tutte raccolte in questo spazio dedicato interamente a lei, a noi. 
Trattengo il respiro, osservando la sala gremita, aperta al pubblico da appena mezz'ora. 
<<Buona sera, benvenuti. Grazie>>. Cazzo ho la gola un deserto. 
Ovunque io mi volti c'è una mano da stringere o una breve conversazione da intrattenere. 
<<Salve! Sono felice di vederla. Si goda la mostra.>> 
Ci sono tutti i direttori delle più importanti sale d'esposizione e Vernissage del Regno Unito, eppure tutte le mie energie, gli sforzi compiuti negli ultimi mesi, le aspettative, sono state rivolte a Clay. Ho fatto tutto questo per lei, oltre a rappresentare quell'esame finale che la terapista considera la prova di un'evoluzione.
<<Sienna, hey!>>
<<Oh dio Richard, sei da togliere il fiato. Sei sempre il più bello di tutti.>>. Abbasso lo sguardo imbarazzato. 
<<Ci vediamo dopo>>
Niente mi spaventa più della sua reazione. Se ho paura di perdere qualcosa, quello è il suo amore.
Scorgo mia madre da lontano, ha un bellissimo abito rosso sopra il ginocchio e gli occhi verdi sgranati. Così piccola e così immensa. E' bellissima. Le strizzo l'occhio e lei mi fa una linguaccia. 
Improvvisamente mi sento toccare una spalla e, mentre mi volto, scorgo Marlowe all'entrata sud della sala, con lo sguardo intento a cercarmi. 
I battiti del cuore mi arrivano in gola all'istante e devo strizzare gli occhi per mantenere il controllo. Le mani sudano all'improvviso e le porto immediatamente fuori dalle tasche dei pantaloni dell'abito nero che indosso. Un fastidioso ronzio mi riempie le orecchie e per una frazione di secondo mi sento avvolto dalla confusione. 
<<Mi perdoni Mr. Jefferson, la raggiungo tra poco>>, supero velocemente decine di persone, stando attento a non sbattere contro tutti per la foga. 
Un cenno del braccio sollevato e Marlowe mi raggiunge sorridendomi. 
<<E' fuori. Le hanno chiesto di aspettarti fuori>>
<<Cazzo. Non mi sento le mani.>>
<<Richard, adesso! O sparisci dalla sua vita!>>
<<Cristo, mai>>
<<Allora va da lei. E' agitata quanto te>>
Annuisco prendendo un profondo respiro. 
<<Damn man, sei bellissimo>>, mi da un pugno sulla spalla e annuisce.
Affretto il passo, dirigendomi verso la piccola saletta che fa da anticamera alla sala esposizioni. Sarà difficile negare il chiasso e il vociare che probabilmente sta sentendo oltre questa porta, ma a questo punto non credo serva più. 
La apro piano e i miei occhi si tuffano nella stanza alla frenetica ricerca di Clay. Quando la trovano, il mio corpo non reagisce. Si immobilizza, e per un attimo - cazzo lo giuro - anche il mio cuore smette di battere. Di tutte le emozioni che mi ha fatto provare, questa è stata senza dubbio la più esplosiva. 
La luce che la circonda sembra nebbiolina, lo sguardo dolce incorniciato dai ricci sembra fatato e l'abito che la avvolge la fa sembrare una ninfa. Per un attimo mi sembra di vedere una bambina vestita di luna.  Il che è davvero ironico vista l'occasione. 
Sono così pieno di sensazioni, dopo tutto quello che ci siamo detti questo pomeriggio, abbracciati stretti, che riesco a stento a frenare le lacrime. Le blocco, prima che mi riducano uno straccio, e anche un po coglione. 
Deglutisco rumorosamente. 
<<Hey..>>
<<Hey..>>
Le trema la voce, sfrega le mani agitata e si guarda l'abito in una silenziosa richiesta di risposte. 
Le vado vicino, con esitazione. Le prendo le mani sudate e libero le dita dalla morsa in cui le aveva costrette. Dio com'è nervosa! 
<<Clay, guardami>>, le sollevo il viso. Quel meraviglioso viso che amo così tanto. Il viso che vorrei poter guardare ogni fottuta mattina della mia vita. <<Sei così bella che non riesco a dire nulla che abbia senso>>. Riesco a strapparle una specie di sorriso, ma non si calma. 
<<Ti prometto...,>> le sollevo nuovamente il viso affinché mi guardi e non smetta. Aggancio il suo sguardo preoccupato e non lo mollo: <<Ti prometto che non farò mai più nulla senza prima averne parlato insieme. Nessuna decisione che riguardi noi due verrà più presa a metà. Ma se per qualche ragione, tutto questo ti sembrasse troppo, voglio che tu sappia che rispetterò le tue scelte, acconsentirò senza discutere e sarai...>> mi si mozza il respiro <<sarai libera>>. 
Deglutisce colta dall'ansia. <<Richard, che sta succedendo? Perché sono vestita così? E dove sei stato? >>, le accarezzo le guance e con un impeto di tenerezza la zittisco con un bacio. Voglio essere delicato, paziente, sicuro. Morbide labbra che ho desiderato per troppo tempo, avvolte dall'unico e indescrivibile odore di lei. Lei che adesso si lascia andare, finalmente più calma. Si lascia accarezzare e stringere, e mi rende l'uomo più felice del mondo. 
<<Non dare di matto, Amore>>. Il suo sguardo si accende e le sorrido: <<Mi hanno detto che per ricominciare avrei dovuto costruire qualcosa di bello per me stesso, di nuovo, di vero. E avrei dovuto farlo da solo, con le mie forze. Avrei dovuto tirare fuori energie, senso di responsabilità, capacità e voglia di emergere. Avrei dovuto fissare un punto di partenza e uno di arrivo. E solo alla fine mi sarei sentito libero. Guarito, probabilmente.>>. Le parlo calmo, diretto e desideroso di mostrarle ciò che le sto anticipando a parole.
La sua mano mi accarezza improvvisamente il viso e chiudo gli occhi senza accorgermene: <<Oltre quella porta c'è tutto quello che sono riuscito a fare in questi mesi senza di te. Credo sia un punto di partenza, e vorrei che lo vedessi anche tu.>>
<<Quindi, è per questo che sono qui? Per darti... una specie di voto di condotta?>>, il tono di Clay suona esitante e un po amaro, ma non me ne curo. So che è la cosa giusta. Ora che la guardo lo so.  
<<Dammi la mano, vieni. Ti chiedo solo di osservare tutto nei minimi particolari e poi mi dirai cosa ne pensi.>>
<<Quanta gente c'è di la? Non vorrai mica piantarmi al centro e vendermi ad un'asta benefica?>>
Scoppio a ridere preso alla sprovvista. <<Oh God, Clay>>, ruoto gli occhi al cielo. <<E' gente venuta a vedere me, tranquilla. E' pur sempre lavoro!>>
<<...lavoro>>, le crollano le spalle, ma rimane sull'attenti. 
Annuisco ammiccando. Le offro la mia mano e la invito a seguirmi. 
<<Tutto.... qui?>>, incredula la afferra.  
<<Tutto qui>>, le lancio una smorfia compiaciuta. Sto bluffando. Sto rischiando. Ci sono esposti i nostri ricordi, le nostre battaglie personali, le nostre emozioni più intime.
<<Devo chiudere gli occhi?>>, mi guarda confusa. 
La spingo dolcemente verso la porta e le sussurro all'orecchio: <<A te la scelta!>>.
Clay afferra la maniglia della porta e il mio cuore va in frantumi. 

Il chiasso di decine di voci ci investe e fasci di penombra illuminano Clay e il suo abito dai toni argento e avorio. La seguo mentre viene inghiottita dai colori delle gigantografie e, confusa, non sa da che parte andare. Dio, finché non avrò ben chiara la sua reazione credo che impazzirò. E stando dietro di lei non riesco a leggere le espressioni del suo viso, ma credo sia meglio non interferire con le emozioni che in questo momento sta provando, sperando siano positive. 
<<Oh, Dio. No>>, bisbiglia scioccata.
Decine di occhi si voltano quasi all'unisono a guardarci e istintivamente le prendo la mano, che però scivola ritraendosi, senza esitazione. 
Cazzo.
Annuisco ad alcuni sorrisi, faccio deboli cenni di saluto e compio pochi passi davanti a Clay per stringere la mano ad uno dei più noti critici d'arte della città. 
L'uomo dai tratti sovietici solleva il suo bicchiere di champagne verso il dipinto dell'uragano: il pastello blu. 
<<Sig. Pattinson, devo ancora capire cos'è che mi intriga così tanto dei suoi dipinti.>>
<<E' una cosa buona?>>, sorrido imbarazzato. 
<<Direi di si. Quando lo scoprirò, avrà la mia recensione sulla Mostra.>>
<<La ringrazio Sig. Ravinskji. Per me è un onore averla qui>>
<<Come mai lei non è tra questi dipinti?>>, fa cenno con la testa oltre le mie spalle. Mi volto e capisco che sta indicando Clay, ferma immobile con lo sguardo perso e un'espressione illeggibile. La guardo in volto solo adesso. 
<<Sig. Ravinskji, la prego di perdonarmi. Devo andare.>>, la sua stretta di mano si fa più salda e ottiene la mia attenzione. 
<<Dovrebbe includere quel viso nella sua collezione se vuole renderla perfetta.>>
<<Mi creda, lei è in ogni singolo dipinto che vede in questa sala. Mi scusi.>>
Afferro Clay per una mano e la conduco a grandi passi per tutta la lunga sala che ospita le sei postazioni con le gigantografie dei dipinti realizzati con i suoi pastelli.  Per ogni gigantografia ho studiato e fatto disporre una luce diversa, che mettesse in evidenza le caratteristiche principali. Per questo gli occhi di Clay non riescono subito a mettere a fuoco al nostro passaggio. La guardo riempirsi gli occhi di lacrime sotto ogni pannello, senza dire una parola. 
Non ho il diritto di chiederle cosa sta provando perché per colpa della mia stupida rabbia non ha più rivisto questi disegni per sei mesi. Non le ho dato la possibilità di tenerli con se, non le ho dato l'occasione di tenermi con se. 
E adesso so di farle male, di ferirla, e di pretendere che possa bastare tutto questo per riprendermi.
Ho ascoltato e risposto per ore alle sue domande, le ho raccontato tutto quello che voleva sapere, ma nelle sue parole non c'è stato alcun cenno di volermi perdonare. So che non ama particolarmente i grandi gesti o il baccano delle scuse pompose, ma qui adesso c'è tutto il mio futuro. Ho fissato il mio punto di arrivo ed è la ragione per cui l'ho portata a Londra. Questa Mostra rappresenta così tanto per noi, la mia unica e sola possibilità che Clay capisca cosa sono diventato, cosa sono disposto a fare e quanto conti per me ripartire con lei, a Baton Rouge, per tutto il tempo che vorrà, se lo vorrà.



Grazie per il tempo che mi avete concesso... 
A presto con la seconda parte... 

Sun1600











2 commenti:

  1. L'ho letto il giorno che lo hai pubblicato, ma ho sempre bisogno di metabolizzare i capitoli e di rileggerli!
    Mi erano mancati tanto questi due e anche se abbiamo aspettato tanto, direi che ne è valsa la pena!
    Lui ha la capacità di spiazzare e di rendere magico anche un semplice bacio.
    Quello che ha fatto per lei è unico, ma mi chiedo come la prenderà lei.
    Forse tutto quello che le sta succedendo è TROPPO e potrei anche capire se entrasse un attimo nel panico.
    Spero di leggere la seconda parte presto ... mi mancheranno da morire questi due, sono stupendi.

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  2. quanto mi erano mancati questi due!ma è valsa la pena aspettare per risentire tutto quell'insieme enorme di emozioni che provocano.
    Quello che ha fatto Richard per Clay è una cosa sicuramente speciale e sicuramente importante,forse anche troppo,per cui non mi stupirebbe se fosse piuttosto sopraffatta nella seconda parte...a cui non voglio pensare come all'ultimo capitolo T_T

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