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martedì 23 settembre 2014

Paint Me The Moon: Capitolo 49



Nessuna premessa. 
Non perdiamo tempo... 
Buona Lettura... di cuore. 
Sun.. 

Ps. Grafica rinnovata :P




Hanno tutti quell'aria severa ed un fisico scolpito e temibile. Sarà per quello che non ti aspetti che ti rivolgano un sorriso cortese ed un espressione rammaricata, svelando qualcosa di più personale e poco professionale. 
Si inchina lievemente, l'uomo della Sicurezza, quello di colore rimasto ad assistere alla scena di ieri. 
Mi fa quasi un inchino ed apre il portone del lotf di Lynn come se fosse la suite del DoubleTree. Mi sento quasi in imbarazzo a dover varcare questa soglia con tanta ufficialità. La mente si riveste immediatamente di ricordi, tornando indietro di diverse ore. Rivedo Robert, Kristen e Richard proprio fra queste mura che d'un tratto mi sembrano fredde come quando era disabitata. E' tutto in ordine. 
Avanzo mettendo un piede avanti all'altro, lentamente, guardandomi intorno e cercando persino la sua ombra per terra che riconoscerei tra mille. Ordine e silenzio. 
Il contrario della battaglia insorta dentro di me e che divora cuore e mente. Sento il pulsare del sangue nelle vene, sui polsi. 
Improvvisamente sento l'odore del fumo di sigaretta provenire dall'esterno e, a braccia conserte e con lo sguardo basso, raggiungo il terrazzino.
Mi fermo sussultando, come spaventata, non appena sento la sua voce posarsi su di me e scuotermi. Anche gli occhi si spalancano involontariamente e mi blocco. 
<<Ciao>>
Sollevo lo sguardo e lo trovo lì, la sigaretta appena accesa ed una mano dentro la tasca di un paio di jeans chiari mai visti prima. Al posto della solita t-shirt macchiata di colori o sgualcita, porta una camicia nera con le maniche arrotolate alla rinfusa fino a poco sotto i bicipiti. Il suo bellissimo volto è liscio come seta, nessun ombra di quella solita barba leggermente incolta che accarezza le sue guance ed esprimono libertà. I suoi occhi sono ora chiarissimi, nessuna densa colorazione indaco che vira al nero, come tutte le volte che si avvicinava per baciarmi o prendersi le mie carezze di fine giornata. 
Forse è solo suggestione, ma mi sembra di avere davanti la versione di Richard a cinque stelle. Nessuna emozione traspare dal suo viso e mi ferisce all'istante perché non ci sono abituata. Quasi sempre ogni suo più piccolo pensiero per me diventa udibile e leggibile, anche solo con un alzata di sopracciglia. 
<<Ciao>>, bisbiglio con un filo di voce ancora più rannicchiata fra le mie braccia. Non ho mai dovuto incassare le spalle davanti a Richard, non ho mai avuto paura di sentirmi inferiore, ne di provare insicurezza nell'esprimermi. Siamo ancora noi, ma non riesco a vederci. Sembra tutto offuscato e confuso. 
<<Dove sei stata?>>
<<Da mia madre>>, mi tremano le labbra. Ho ancora lo stomaco sottosopra. 
Annuisce e tira un altra boccata guardando oltre le sue spalle. 
<<Come stai?>>
Allarga le braccia, facendo mostra di se come risposta.  
Non aggiunge altro e continua a fumare. Sembra nervoso e molto distante per i suoi canoni. 
<<Sei pallida>>
Faccio spallucce.
Avanzo di un piccolo passo, superando la soglia ed entrando ufficialmente nel suo campo gravitazionale. Dio quanto desidero che mi attiri a se senza provare minimamente a resistere. 
<<Richard, dobbiamo parl->>
<<Sai, all'inizio credevo che si fossero messi sulle mie tracce da soli, per via dell'incidente a New Orleans. Ti dirò di più: ne ero proprio certo!>>, mi interrompe in maniera sgarbata, la sua espressione si indurisce e la mascella in tensione mi rivela la sua più profonda irritazione. Con ogni tiro di sigaretta scava dei profondi solchi sulle sue guance mentre continua a guardare oltre me, lontano da me. <<Pensavo che il tuo sguardo sconvolto volesse dire: "Mi sono piombati in casa, non sapevo cosa fare". Non avevo mai provato quella sensazione di gelo.>>. Butta via quel che resta della sigaretta. 
<<Ti prego non... Ascolta, so che adesso pensi che abbia totalmente mancato la tua fiducia->>
<<Oh no, lo hai fatto per me. Lo so.>> sibila con un sorrisetto falso, la sua pungente ironia non la sopporto.  
<<Richard, piantala!. Ho visto come ti guardavano e come ti sei finalmente lasciato andare. Credevo di renderti felice.>>, continuo a stritolarmi le braccia con le mani. Mi proteggo, mi difendo. Sono entrambe cose che non dovrebbero esistere davanti alla persona che ami, non dopo essersi scambiati il cuore e promesso di prendercene cura.
<<F e l i c e ?>>, solleva gli occhi all'improvviso e con un'ondata di rabbia mi viene incontro. Mi afferra per le spalle e in un istante ribalta le nostre posizioni, fissandomi come un paletto al terreno proprio davanti a lui. Ad un passo dal suo viso. Dopo averle chiuse per l'irruenza del gesto, riapro le palpebre lentamente. Stringe le labbra in una linea durissima e mi accorgo solo adesso che i suoi occhi sono arrossati e stanchi. Non ha dormito. 
<<Dove trovi il coraggio di buttarmi addosso tutta questa sicurezza? Come osi sbattermi in faccia questa onniscienza Clay? Perché pensi di sapere sempre tutto?>>
Rimango colpita e stordita allo stesso tempo dalle sue parole. Eppure, me le aspettavo. 
<<Pensavo di averti spiegato perfettamente il mio punto di vista, le mie necessità e che ti fidassi di me, che rispettassi le mie scelte!>>
<<L'ho fatto! Dio solo sa se l'ho fatto Richard! Ma non potevo far finta di niente davanti alla tua sofferenza e ai rimorsi. Hai scelto di sparire dalle loro vite per tre anni, hai vissuto in totale isolamento e considerati fortunato se sei ancora vivo! Ti sei praticamente rincorso da solo e non te ne sei mai accorto! Scappavi da te, non da loro. Loro volevano solo riaverti e se è una cosa che ho compreso io, l'avresti dovuto capire anche tu. Il sollievo che ho letto sul tuo volto, dietro lo shock, ha dato ragione al mio gesto!>>
<<Certo! Perché TU SAI SEMPRE TUTTO. Giusto!>>, si volta e rientra in casa. Oltrepassa la penisola in cucina spintonando a calci gli sgabelli. E' una furia e sembra addirittura trattenersi. 
Lo seguo a testa bassa, arrestandomi davanti al piccolo corridoio che porta in bagno.
Lui si siede sul letto e poggia i gomiti sulle ginocchia, tenendosi la testa fra le mani. Non posso perdere la sua fiducia così, ma non riesco a pentirmi della scelta che ho fatto. Deve capirlo. 
<<Lo hai fatto sul serio>> annuisce, borbottando la stessa frase decine di volte. Come qualcuno che cerca di restare aggrappato al controllo della situazione. <<Volevi conoscerli? Potevi prendere un cazzo di aereo!>>, china la testa osservandomi come se fossi un alieno con cinque occhi, aggrottando la fronte. 
Scuoto la testa, ha un tono di voce che non gli appartiene. E' quasi un altra persona.  
<<Richard>>
Solleva il viso osservando il soffitto e si lecca le labbra, come se volesse togliere la patina arida dalle sue parole. Anche lui scuote la testa, con l'enfasi necessaria a rifiutare ogni mia giustificazione. 
<<Mi sento come se mi fossi confidato con il vento, come se tutti i pensieri mi fossero volati di mano, e così li ho persi. Hai ottenuto la mia attenzione, mi hai tirato così tante volte da farmi alzare. Poi hai voluto che camminassi e infine che corressi. E poi, cosa ti succede Clay? Che diavolo ti è passato per la mente? Quale soluzione era più facile per te?>>. Lo guardo sbalordita per il tono sprezzante che usa. Non mi sembra possibile che mi incolpi di aver tenuto a lui fin dal primo istante. La mia era solo un offerta, la volontà di rimettersi in piedi è stata sua.
<<Soluzione? E' questo che pensi? >>, indietreggio di qualche passo con una profonda tristezza dentro. <<Dio Richard, perché sei così arrabbiato? Proprio non lo capisco>>
<<Perché decisioni come queste portano a delle conseguenze! Conosco questo mondo meglio di te, ci sguazzo da 26 anni e niente.. NIENTE SARA' PIÙ COME PRIMA. >>
<<E mi tratti così perché non ho pensato allo scompiglio della fama?>>
<<Non è solo quello. Mi sono lasciato alle spalle così tante cose che a questo punto sono costretto a risolverle. Avresti dovuto lasciarmi il tempo che ti avevo chiesto!>>
<<E cosa c'è di sbagliato? E' la tua famiglia e ti ama molto, come immaginavo.>>
<<Proprio non capisci, vero?>>, si alza dal letto con lo sguardo più cupo che gli abbia mai visto. 
Un espressione grave e le braccia che scivolano rassegnate lungo i fianchi: <<Torno a Londra>>.
Trattengo il fiato di colpo e le sue parole non sembrano assumere subito un significato. Lo fisso immobile e penso che non è poi così illogica come cosa. Era prevedibile che i suoi genitori lo volessero riportare a casa per un po, forse non così presto. E non senza il volere di Richard. 
<<Vuoi o devi?>>, la mia gola si stringe intorno ad un groppo pesante. 
<<Devo>>, sibila contrariato. 
<<Forse non sei obbligato>>, ribatto asciutta. 
<<E' qui che ti sbagli>>. Mi fulmina con occhi sottili. 
Nonostante le migliaia di domande che vorrei rivolgergli, non riesco più a dire nulla. La mia testa si svuota di colpo con dentro un unico e solo tormento: non può andare via. 
<<La mia assenza ha portato a delle grosse complicazioni legali e senza di me i miei genitori non potranno risolvere granché. La nonna non sta bene, vuole vedermi. La stampa ci assalirà e ci saranno parecchie acque da calmare quando tireranno nuovamente fuori la mia storia. Hanno già iniziato e sono già stufi.>>, si strofina le tempie parola dopo parola, con frustrazione. 
Non avevo considerato fino in fondo questo aspetto. Innescare un meccanismo infernale intorno alla sua famiglia era l'ultima cosa che desideravo. Uno stress pazzesco. 
Mi getto davanti alle sue ginocchia prendendogli le mani tra le mie. <<Ho fatto un casino, lo so, ma non tenermi fuori. Non volevo incasinarti, volevo solo che riavessi l'amore della tua famiglia.>>
<<Hai ragione>>, il suo sguardo non sembra volersi ammorbidire <<Hai fatto un casino!>>. Mi allontana gentilmente e si alza dal letto. Con le spalle piegate ed un aria sconfitta, si china a rimettere a posto gli sgabelli della penisola. Si guarda intorno, fermandosi a fissare un punto sul soppalco. E' come se fotografasse ogni angolo del loft, perdendosi in qualche profondo ricordo. Nonostante le motivazioni, mi sembra assurdo che lo faccia sul serio. Non posso credere che voglia lasciar perdere tutto, noi. La sua vita qui. 
Mi volto, cercando un briciolo del ragazzo che sembrava non credere agli ostacoli ed era certo di amarmi. 
<<Richard>>, lo prego. Non so esattamente per cosa. 
<<Non vogliono trattenersi a lungo. Non so quando hanno in mente di partire. Ho un numero privato attivo, l'ho registrato sul display in cucina... devo abituarmi a quel nuovo aggeggio che mi hanno dato>>, soffia un sorriso amarissimo. <<Mi aspettano in albergo per poter passare del tempo insieme prima di tornare in Inghilterra.>>, me lo dice girato di spalle. Me lo dice con la voce spezzata, bisbigliando roco. 
Mi sento morire. 
<<Ora che mi hai messo di fronte alle mie responsabilità, devo farmene carico. Volevi questo o sbaglio?>>, si volta lentamente a guardarmi con gli occhi pieni e appena lucidi. 
<<E fanculo tutto il resto. Nell'ambiente in cui sono cresciuto non c'è molto spazio per altro, l'ho vissuto su di me. Non esiste privacy, non esiste normalità e si rischia di sacrificare tutto. Persino le cose a cui tieni di più, Clay.>>
Mi accascio per terra tirandomi le ginocchia al petto. Fisso il pavimento sconcertata. Mi sta lasciando qui? Mi sta lasciando?
<<Non sembri tu. Non è da te parlare così. Sai bene che se si vuole qualcosa la si può ottenere. Me lo hai fatto vedere tu. Non sei obbligato a cosa... rompere con me? No, se non è quello che vuoi>>, il mio tono arrabbiato lo sorprende e mi fissa. Non posso credere che stia parlando sul serio. Dove siamo finiti adesso? Che senso abbiamo avuto allora? <<Stai cercando di dirmi che non ritornerai? Merda, non riesco nemmeno a dirti come mi sento>>. Nonostante la mancanza di coraggio, incrociamo gli sguardi che si cementano in un istante, rivelando un accumulo di emozioni congelate nei suoi occhi esattamente come nei miei. 
<<Quello che provo per te non può rompersi o cancellarsi. Ne consumare o svanire. Solo qualche ora fa avevo davanti i miei genitori da cui sono praticamente scappato e che non vedevo da tre anni. Confrontarli mi ha ricordato a quale mondo appartengo. Sono stato catapultato li dove avevo lasciato tutto, senza nessun preavviso. E scopro che sei stata proprio tu. Perciò, scusami se sono più di dieci ore che cerco di capire cosa cazzo ti è passato per la testa!>>
<<Quindi mi stai punendo.>>
<<Cristo Clay, NO!>> agita le braccia teso e frustrato <<La scomparsa di una persona non si risolve privatamente con un abbraccio e una pacca sulla spalla! Non hai minimamente pensato a tutto quello che c'era dietro? Ricordi chi sono i miei genitori? Ricordi cosa ho fatto? Ormai ci sono dentro e devo tornare a Londra per sistemare un numero imprecisato di casini! Pensavo di poterlo fare con i miei tempi e a modo mio, ma tu hai fatto di testa tua e questo non mi da altra scelta! Devo andarmene e lo devo fare adesso!>>
<<Ed io che faccio senza di te?>>, l'ho detto. Sul serio.  
<<Sono a pezzi>>, si poggia coi gomiti al ripiano. La testa fra le mani. Poi si solleva di colpo e afferra un giubbino leggero nero che non avevo notato prima, appeso accanto all'ingresso. <<Devo uscire da qui>>, apre il portone per poi richiuderlo con un colpo secco un attimo dopo.  <<Cazzo! Cazzo! Ti amo>>, sussurra a denti serrati, prima di sbattere violentemente col palmo della mano sulla superficie e riaprire il portone, varcando definitivamente la soglia, sparendo dalla mia vista. Nessun trillo dall'ascensore, solo un tumulto frettoloso giù per le scale e il tono rabbioso mentre urla "Non voglio nessun cazzo di segugio con me!".
L'uomo della Sicurezza comunica velocemente qualcosa al suo auricolare per poi voltarsi verso me e senza proferire parola, con uno sguardo rammaricato, aspetta un mio cenno per lasciarmi sola. 
Avevo immaginato una ira brusca, discussioni e imprecazioni, un po di tempo per la riflessione e solo dopo, molto dopo, la possibilità di tornare a casa e sistemare le cose. Ma in nessuno di questi scenari avevo previsto la perdita. Improvvisa e fredda. Mi rifiuto di pensare che Richard non abbia nessun dubbio e che sia davvero così risoluto nel voler lasciare tutto. Rimango impassibile sul pavimento mentre la mia testa continua a produrre domande su domande, sono così occupata a ripercorrere gli eventi delle ultime trentasei ore che non mi accorgo di quanto tempo vegeto per terra, finché il trillo dell'ascensore non mi avvisa dell'arrivo di qualcuno. 
Non mi aspetto di vederlo tornare, perciò non muovo un passo e rimango dove sono. La voce familiare di Lynn avvisa l'uomo di colore che è la legittima proprietaria della casa, come già spiegato giù, e irrompe nel loft puntandomi gli occhi tristi addosso. 
<<Clay>>, si accovaccia accanto a me e solo allora, solo dalla profondità del suo abbraccio, riemergo piangendo. 
<<Ti ha detto lui che ero qui?>>, singhiozzo. 
Il suo sguardo si fa ancora più triste, come se il suo cuore si stesse accartocciando quasi come il mio. 
<<Mi ha sbraitato un po contro sul fatto di avergli mentito, ma quando ho provato a farlo ragionare mi ha chiesto di venire qui.>>
<<Immaginavo>>
<<Clay, spero non abbia detto sul serio sul tornare a Londra>>
<<Oh ti assicuro che è serissimo>>
<<Non posso crederci. E' una reazione piuttosto stupida, non hai fatto niente di male>>
<<Non la pensa così, dice che deve, che ha una certa urgenza di sistemare le cose a casa sua. Dice che ho combinato un casino e credo che abbia proprio ragione Lynn>>, mi strofino gli occhi spalmando lacrime ovunque. 
<<Di sicuro nessuno si aspettava che finisse tra baci e abbracci, ma non è da Richard mollarti così, Clay dovresti riparlarci. Prima che davvero si metta su un aereo!>>
<<Ho perso la sua fiducia Lynn, qualsiasi cosa dirò non servirà>>
<<Se ti ama si fiderà>>. 
Mi sollevo lentamente da terra e senza esitare mi avvicino in cucina, osservo il display e faccio fede a tutta la memoria che in questo momento ho a disposizione.
<<Lynn, portami a casa adesso. Tieni, guida tu>>, le consegno la card della sua auto e mi incammino alla porta più stanca e vuota che mai. 

Con lo sguardo assorto nel nulla, rischio di non accorgermi della presenza di Albert insieme a mia madre in cucina. Non mi aveva avvisata del suo arrivo, ma non mi dispiace affatto. Albert è una persona davvero dolce e sembra seriamente compromesso. In questo momento qualsiasi unione salti fuori è la benvenuta. Non sopporto l'idea della separazione. 
Vorrei solo poter tornare da Richard, rimanere nella stessa stanza con lui e parlarci fino a quando un suo sorriso, alla fine, metterà a posto le cose. 
Non sono più sicura di aver fatto la cosa giusta: spingermi fino a tanto per una buona causa, o quel che credevo tale. Forzare gli eventi non è da me, ma sono certa di aver visto Richard vivere di mancanze e rimpianti. Non è una condizione serena per poter ripartire seriamente da zero e, onestamente, il legame che ci unisce - o univa, credo - mi sembrava fin troppo forte per soffrirne le conseguenze. 
Con grande sorpresa di tutti, mi getto tra le braccia aperte dell'uomo brizzolato che sembra aver perso la testa per mia madre. Lei deve avergli raccontato tutto. Non è come stare nell'abbraccio di Papà, ma il suo sorriso è dolce e nei suoi occhi c'è un ombra di comprensione paterna. 
<<Benvenuto a casa>>, dico in un soffio. 
<<Ciao Piccola. Adesso non lo vedi, ma si sistemerà tutto. Ne sono certo>>, mi stringe e strofina una mano sulla mia spalla in segno di consolazione. 
<<E' andata così male?>>, la voce di mia madre è un mormorio teso. Mi volto per incrociare il suo sguardo e con fare rassegnato annuisco. Non riesco a dire altro, ne aggiungere dettagli. In questo momento è tutto perso. 
Qualche ora più tardi mi ritrovo in un silenzioso buio, raggomitolata sul grande divano di casa. Di dormire non se ne parla. Cerco di mandare giù qualche sorso di una tisana che mia madre ha voluto a tutti i costi prepararmi nella tazza termica. Continuo ad avere lo stomaco sottosopra, come preso a calci e infilato al contrario.
La calca che ho visto moltiplicarsi fuori dal loft di Lynn, non ha fatto che acuire i sensi di colpa. 
Baton Rouge non è quella che definirei una cittadina sperduta della Louisiana, ma l'aria che si inizia a respirare ha lo sgradevole odore di un morboso passaparola e di un attenzione malsana. Inevitabilmente non faccio che pensare a Richard. Il mio tormento non segue un filo logico: passo dai ricordi più divertenti a quelli più tristi, dal sesso dolce a quello giocoso e folle. Dalle promesse ai silenzi. Dalla strada al loft. 
Non c'è nulla che non rifarei. Non c'è nulla che cambierei del ragazzo che ho amato fin dal quel primo istante in cui non sapevo nemmeno che aspetto avesse o di che età fosse. Ripercorrerei ogni momento per arrivare a lui ed eviterei soltanto il tempo perso con Matt. Ma ho vissuto sulla mia stessa pelle, a causa dei miei genitori, che ogni cosa ha bisogno del suo inizio e della sua conclusione, bella o brutta che sia. 
Solo che con Richard proprio non riesco a vedere nessuna fine. Tutte le cose che mi ha confidato, le emozioni che abbiamo condiviso, il suo meraviglioso modo di aprirsi a me e di darmi il suo straordinario amore, sono prove troppo evidenti che una fine non c'è. Ed io lo sento, come sento l'amore che mi sprofonda dentro, come sento il desiderio di sdraiarmi accanto a lui e sentire che non fa più male. Le sue braccia intorno al mio corpo e il suo respiro tranquillo sui capelli, fino a non avere più spazio fra noi.  
Ma la realtà è tutta un'altra storia. Quello spazio sembra voler diventare una voragine oceanica, destinata ad essere inconciliabile sia fisicamente che affettivamente, proprio come le rette parallele che non si incontreranno mai. Neanche per errore. E il mio corpo, al pensiero, sembra svuotarsi poco a poco di tutto. Una sensazione sgradevolissima che non si avvicina nemmeno al dolore, ma peggio. Sono le quattro del mattino e il mio tab è implacabilmente silenzioso. Anche adesso che sembra di nuovo reperibile. 
In un giorno qualunque sarebbe già sommerso di attenzioni di Richard per me. Di discorsi buffi da una stanza all'altra e da una foto del primo piano di Richard con una smorfia diversa ogni mattina: il suo personale buongiorno di quando usciva troppo presto e non voleva svegliarmi con le sue carezze smaniose.
Solo silenzio, che osservo con una passività che probabilmente non mi appartiene. Con Richard tutto si ribalta. 
Sciolgo l'intreccio delle caviglie sotto il mio peso e mi piego sul cuscino sporgente della chaise longue per afferrare il tab. Picchietto qualche secondo sul display in riflessione, poi scrivo: *Vorrei vederti* ed invio al numero che ormai è impresso a fuoco nella mia mente. 
Rimango qualche secondo a trattenere il fiato nella speranza che qualsiasi suono mi ridesti, interrompendo la mia apnea. E con sorpresa arriva.
*Guardo il Mississippi, seduto su una panchina del parco davanti al loft. Non so dirti esattamente dove, ma mi trovo qui.*
Calzo come un razzo le snickers e infilo uno scaldacuore di filo sulla tuta stropicciata. Esco di casa senza preoccuparmi di avvisare ed inizio a correre. 
Corro tra le strade deserte, salto qualche pozzanghera lasciata dai mezzi che puliscono le strade, percorro a perdifiato una parte del centro e taglio dritto lungo il River Front, raggiungendo il parco da sud. 
Mi piego sulle ginocchia per darmi qualche secondo di tregua e nello stesso tempo scandaglio tra gli spazi verdi attraversati da una debolissima luce che accenna ad un alba ancora lontana. Non c'è anima viva se non qualche impavido jogger notturno e randagi in cerca di cibo. L'aria di fine Maggio è cristallina e dovunque guardi sembra di osservare una mostra fotografica. Il parco davanti il palazzo di Lynn non è molto grande per mia fortuna, perciò mi guardo intorno come un segugio, mentre avanzo di viottolo in viottolo. Ho il cuore che mi schizza dal petto per la corsa forsennata e cedo ancora un minuto, poggiandomi alle spalle di una panchina vuota. Cerco di regolarizzare il respiro chiudendo gli occhi per concentrarmi. Respira Clay, respira.
<<Non hai idea di quanto possa essere comoda una panchina. Devi solo imparare a cambiare spesso posizione per non spezzarti la schiena>>, il suo mormorio mi arriva sulla nuca e la sua voce spedisce in collisione il cuore contro il petto. 
Mi volto cauta senza riuscire a guardarlo negli occhi. I sentimenti che mi investono sono troppi e troppo forti da tenere a bada. Vedo solo il suo corpo davanti al mio, sembra vestito esattamente come questo pomeriggio. Rimane immobile, con le mani in tasca.
Sollevo lo sguardo ed i suoi bellissimi lineamenti riempiono la mia visuale. Da quando, mesi fa, ho osservato il suo viso per la prima volta, ho scoperto in lui la straordinaria capacità di mostrare infinite espressioni diverse del viso. Tutte mozzafiato. Ed eccone una nuova, incerta, attraversata da tensione e stanchezza.  
<<Da quanto sei qui?>>, la mia voce è appena udibile. Intimorita e insicura. 
Si passa le dita tra i capelli guardandosi intorno. Sbuffa: <<Non ne ho idea>>. I suoi occhi si abbassano sui miei e li si fermano. Fissi. 
Sembra aspettare che dica qualcosa ed era proprio quello che volevo. Che restasse ad ascoltarmi. 
Prendo un profondo respiro per evitare che la voce mi si spezzi, e spero di arrivare fino in fondo. 
<<Ti chiedo profondamente scusa Richard. Per tutto. Non avrei mai voluto deluderti o ferirti. Non facevo che pensare a tutta la tua situazione e mi era sembrata la cosa più logica da fare. Mi sentivo incastrata tra il diritto di rispettare la tua scelta ed il dovere di spingerti verso la tua famiglia. Sapevo che ti avrebbero accolto con amore ma non è una giustificazione. Non avrei mai dovuto farlo.>>, mi stringo tra le braccia e guardo in basso. 
<<Ti ho portato in tutti i modi a comunicare con me e poi l'errore più grande lo faccio io. E' la peggiore dimostrazioni d'amore che potessi darti, ma ti amo. Non credo di poterne fare a meno. Non riuscirò mai a fare a meno di amarti perché non ho mai conosciuto nessuno come te. Qualunque sia il tuo cognome, io vedo solo le tue impronte. Sulla strada, sui fogli di carta e su ogni parte del mio corpo. Tu sei quello per me. Se la tua decisione è quella di tornare a casa io la accetto e stavolta vado fino in fondo, come vuoi tu. E per quanto mi porterà dolore, mi servirà da lezione, perché in fondo l'ho voluto io.>>
Rimane a fissarmi per qualche istante, poi sbatte le palpebre perplesso.
<<Clay, dispiace anche a me. Ma le cose non stanno così e non credo che continuare a darti la colpa possa farmi stare meglio. Decisamente no. Non volevo che accadesse cosi presto. Per quanto mi mancasse la mia famiglia, non ero pronto. Tutto qui. La cosa peggiore è che tu hai creduto che con te fossi incompleto e mi domando dove abbia sbagliato, cosa non sono riuscito a dirti o a dimostrarti per farti credere di essere felice a metà, quando lo ero completamente. Con te.>>
<<Richard, non ho mai pensato che mancasse qualcosa al nostro rapporto, ma a te. E' una cosa diversa.>>
<<So che hai fatto la cosa giusta. Credo di saperlo in fondo, ma il tuo coraggio mi ha lasciato sconvolto e purtroppo sento che non è una bella sensazione. I miei genitori si sono dimostrati molto più che comprensivi e il tuo sesto senso ci ha preso. Sei stata riflessiva e io di certo non potevo esserlo. Ma è prematuro ringraziarti e mi sento piuttosto frustrato>>
<<E allora prenditi del tempo, prova a spiegare ai tuoi genitori che vuoi procedere un passo alla volta..>>
<<Mi prendi in giro? Non posso fare una cosa del genere e, Clay, quella che doveva accettare di procedere un passo alla volta eri tu!>>
Scacco. Si irrigidisce per poi pentirsi della reazione, ma non oso ribattere. 
<<Hai ragione. Continuo a proporre condizioni quando è chiaro che ti ho deluso e non ti fidi più>>
Scuote la testa non sapendo più cosa dire. Probabilmente ho centrato il punto da sola. 
Un interminabile minuto di silenzio rotto solo dallo zampettare di un cane che ci passa accanto indifferente. 
Sollevo il viso con gli occhi pieni di lacrime che non riesco più a trattenere.
<<Ti va di fare colazione con me? Vorrei che ci salutassimo senza strazi. Dammi solo questo paio d'ore se puoi. Fammi... abituare>>, sussurro le ultime parole perché la voce non vuole uscire e mi stringo nelle spalle. Richard sfila le mani dalle tasche, si guarda intorno e solleva il viso al cielo. Trascorre diversi secondi di silenzio con il naso all'insù ed io mi perdo osservando la linea della gola, le spalle e quella bellissima e sensuale sporgenza che va su e giù ogni volta che deglutisce. Silenziosamente avanzo di un passo ma lui se ne accorge, lo sente sulla pelle perché succede anche a me. Chiude gli occhi per poi riaprirli sui miei, le due piccole lacrime ai lati del suo viso percorrono tutta la pelle e si perdono. 
Inspiro profondamente il suo profumo e mi lascio cadere sulla panchina, sconfitta. Richard si siede subito accanto a me e incredibilmente mi prende la mano. Guarda dritto davanti a se senza dire una parola. Nessuno dei due riesce più a parlare, ma so che entrambi non facciamo che chiederci quanto farà male. Senza carezze, senza vedersi, senza fare l'amore. 
Le nostre dita si rincorrono, si accarezzano, si toccano fino a diventare un unica impronta unita. 

E trascorrono i minuti, tanti, troppi.
E c'è silenzio.
E non ci guardiamo, non ci parliamo.
Solo io e Richard, senza suoni, eccetto i miei singhiozzi trattenuti.

<<Basta così!>>, impreca rompendo il silenzio.
Non so se il suo è soltanto un modo per farmi smettere di piangere o piuttosto il bisogno di smettere di trattenersi, ma all'improvviso mi porta a cavalcioni su di lui e mi fissa nervoso negli occhi. Mi bacia. Lo fa d'impulso, mi sorprende prendendomi dalla vita e scaraventandomi sulle sue gambe. Raccoglie dolcemente i miei ricci intorno alla sua mano e mi trattiene dalla nuca. Rilascia dei sospiri tormentati tra la mia bocca e la sua e lo fa trattenendo il fiato mentre affonda la lingua convinto di potermi assorbire. 
Ci guardiamo a lungo, senza chiederci alcuna spiegazione, fino a ristabilire la distanza e ripiombare nel silenzio. 
Rimaniamo nella quiete del parco, la mia mano nella sua, poi l'alba ci sorprende illuminando poco a poco tutto lo spazio verde intorno a noi. Adesso che tutto è chiaro e visibile sembra quasi di stare in un posto nuovo. Non è la prima volta. Forse anche Richard sta ricordando l'alba che ci ha sorpresi nudi sul terrazzino del loft, o l'alba di una delle sue notti in ospedale. L'alba fatta per finire di completare il dipinto al The Page, l'alba passata a chiedermi che fine avesse fatto dopo l'orribile passaggio dell'uragano a New Orleans. 
Raggiungiamo in silenzio l'uscita nord del Parco, quella diretta al lussuoso albergo che, adesso, ospita anche Richard oltre ai suoi genitori. 
Mi guardo con amarezza, rendendomi conto che non sono presentabile in un luogo del genere con una tuta sbiadita e un aspetto da - ironia della sorte - senzatetto.
Esito un istante accanto a lui e se ne accorge subito. 
<<Credi che possa raggiungerti tra poco? Ho bisogno di togliermi questa roba triste....si, insomma>>, agito le mani imbarazzata.
Richard non dice nulla, ha uno sguardo dolcissimo e accomodante, e per la prima volta, dopo ore di tensioni e inquietudine, mi sorride. Un sorriso pieno, malinconico e favoloso. 
Accarezza la mia guancia e per un attimo sembra che la sua mano tremi.
Mi sorprende e non so cosa dire. Rimane fermo sulla strada ad osservare e seguire ogni mio passo, sorridendomi tutte le volte che mi giro ad osservarlo mentre mi allontano. E ritorna quella familiare connessione, un po adolescenziale, che mi fa battere il cuore ogni volta che si tratta di lui. So che prova lo stesso, perché il suo sguardo me lo ha detto tante volte. Lo ritrovo per questi ripetuti brevi istanti in cui non smette di seguire i miei passi. L'indaco intenso e grande mi travolge come la prima volta, e riesco a prendere un profondo respiro che mi fa sperare. 

Mi ci vogliono addirittura quaranta minuti prima di rinfrescarmi, infilarmi in qualcosa di presentabile e districarmi dalla rete fitta di domande e sentenze sparate a raffica da mia madre. Non faccio più caso ai giorni, al lavoro, al tempo che passa. Sembra tutto li, in bilico ad un passo da me. Non posso riprendere un qualsiasi ritmo di vita senza Richard, perciò il mio tempo è lui adesso, noi. Per guadagnarne di prezioso, chiedo a Lynn di portarmi in auto fin sotto l'albergo, raccontandole sinteticamente che potrebbe non essere poi il disastroso addio che temevamo. 
<<Sei bella, sai? Vuoi che ti aspetti qui?>>
<<No, non serve. Grazie Lynn, non so davvero cosa avrei fatto senza di te. Dal primo istante di questa storia. Ci hai dato tu la possibilità di essere qualcosa. Grazie!>>, l'abbraccio forte ed è lei a staccarsi per prima. 
<<Adesso vai e torna al massimo con un biglietto per Londra in mano!>>
Scuoto la testa preoccupata dell'esagerazione. Scendo dall'auto e raggiungo in un baleno la Reception. 
<<Salve, dovrei vedere Richard Pattinson. Avevamo un appuntamento qui per colazione.>>, bisbiglio il tutto come fosse un informazione strettamente segreta, sporgendomi addirittura in avanti. L'uomo distinto, con un impeccabile divisa blu scuro, solleva le sopracciglia confuso. 
<<Il suo nome, prego?>>
<<Clay, Claire Morris>>
<<La prego di attendere un istante>>, solleva l'indice nello stesso istante in cui sfiora un invisibile auricolare al suo orecchio destro. Scorre le dita su un display cromato e annuisce un paio di volte. 
<<Suite Balcony, 6° piano. Prenda quell'ascensore sulla sinistra.>> 
Il mio sorriso lo acceca mentre mi infilo in ascensore e inizio a contare i fiori della moquette per non svenire.  
All'apertura delle porte, una donna di mezza età, dal sorriso gentile e la divisa dell'albergo, mi guida fino all'ingresso della Suite e bussa due volte al posto mio, come un rapido avviso. Mi sorprende che lo faccia, visto che le porte d'ingresso sono aperte e c'è uno strano via vai di personale. Rimango sbigottita e deglutisco a fondo quando noto che stanno riassettando.
Vago in cerca di Richard e vengo istintivamente spinta verso la stanza padronale che ospita un letto enorme ed un arredamento ultramoderno e tecnologico. Ci avrà fatto a botte con tutto questo o avrà riassaporato il benessere di una vita perfetta? Mi sento assalita dall'insicurezza, dai dubbi e mi siedo sul letto già certa di non trovarci più nessuno qui. 
Mi guardo intorno e mi do della stupida dalle aspettative troppo alte, degne di un Fantasy come la Saga di Twilight. 
E poi, in mezzo a tutto lo sfarzo, l'Hi-Tech che avvolge gli spazi, l'odore asciutto e acre di biancheria appena uscita dalla lavanderia industriale, il pulito e informale lusso, fa capolino una busta di carta. 
Mi alzo di scatto, intenzionata a lasciarla li dove si trova, sul ripiano in tek e acciaio. Qualsiasi sia il suo contenuto, Richard non è qui e questo mi basta. 
Sono sempre stata brava a leggere il suo sguardo, lo ritenevo un segno imprescindibile dell'amore che provavo per lui e lui per me. La delusione che mi manda in frantumi, adesso, è aver fallito anche in questo. Non ho riconosciuto la sua espressione, non ho dato peso al suo sorriso, al suo gesto. Non ho capito che mi stava dicendo addio. 
Le mie gambe si bloccano davanti la porta, per il dolore, per l'assenza di sensazioni, per le lacrime che mi tengono in pugno, ferme, come un anestetico in gola. 
Che poi l'alternativa quale sarebbe? Accettare una valanga di belle frasi di benservito, sperando che tra le righe appaia tutt'altro messaggio? 
Eppure la prospettiva di morirci sulle sue parole diventa improvvisamente più allettante di ogni altro intelligente proposito. Giusto il tempo di farmi un applauso per aver indovinato il suo ultimo gesto per me. Una piccola parte del mio cuore spera in un briciolo di rispetto per l'amore intimo e invivibile che provo per lui, un'inversione di marcia. 
La busta adesso è tra le mie mani ed è buffo, ma non so neanche dire se sia pesante o meno. Cosa cambierebbe? 
Infilo le dita allargandone i lembi e getto lo sguardo notando per primo un biglietto piegato e, poco sotto, il fondo spezzato di un pastello di cera. Bianco, l'ultimo pastello di cera che mi era rimasto dalla scatola di mio padre e che non ero mai riuscita a dargli. Siamo stati travolti dagli eventi, dalla convivenza, dalle situazioni più assurde e da una conoscenza l'uno dell'altro che è andata al di là del principio. Quell'inizio dove bastava uno scambio equo per comunicare: un pastello in cambio di un disegno, il mio cuore che si avvicinava silenziosamente al suo. Non ho idea di come abbia fatto a recuperarlo, non so quando è accaduto, ma si ostina a volermi spiazzare e, come da copione, la mia bocca è aperta. 
Non mi resta che leggere il biglietto: 
"Perché voglio essere l'uomo che ha dipinto per te usando la tua scatola dei colori. Perché la mia vera arte sono i colori che hai dentro, e senza non sono niente. Una volta mi hai chiesto: <<Disegnami la Luna>>. Lo farò. Tornerò a prenderti e lo farò"

Ho aspettato che lo facesse. 
Dio se l'ho fatto. Ho atteso e creduto per i primi cinque mesi, poi ho smesso di guardare il cielo. 
Ho smesso di giustificare il suo silenzio. Ho smesso di piangere e vomitare. 
Ho smesso di aspettare, urlare e ho smesso di credere a tutto quello che eravamo. 




Al prossimo ed ultimo capitolo..... 
Baci 
Sun1600


3 commenti:

  1. Quanto mi erano mancati.
    Di certo, dall'ultimo capitolo, eravamo consapevoli che questo non sarebbe stato rose e fiori.
    La delusione di Richard puo' anche starci, ma capisco anche il punto di vista di Clay.
    Quando si sono salutati fuori dall'albergo, avevo intuito sarebbe stata l'ultima volta che si sarebbero visti, era inevitabile.
    Richard ha bisogno di ricostruire tassello dopo tassello la sua vita, ma tornerà da Clay, non puo' non essere così.
    Lei gli ha fato speranza e non la lascerà andare via, è impossibile lo faccia.
    Certo, cinque mesi sono TROPPI e sinceramente non so cosa aspettarmi dal prossimo capitolo, devono riacquistare la fiducia l'uno nell'altra.
    Lui si è sentito tradito, in un certo senso, e lei abbandonata.

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  2. mi sento come fossi appena scesa da una corsa folle sulle montagne russe tra momenti di tristezza seguiti da un briciolo di speranza che però è stato poi distrutto quando Clay non l'ha trovato nella suite e infine calpestato quando ho letto dei 5 mesi passati senza notizie... e temo che il prossimo capitolo potrebbe essere anche peggio,anche se da romanticona ovviamente spero nel lieto fine

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  3. Ho avuto la sensazione durante la lettura di stare in un vortice, dall'inizio alla fine!!!
    Il fatto che Richard si senta tradito, e' normale... Da parte di Clay, ha agito un po' affrettato e' le conseguenze ci sono ..anche se è' stata matura !!! Si è' interrotto per adesso il loro rapporto .. e le ferite per rimarginarsi ci vuole del tempo... Eppure all'ultimo avevo sperato che ci lo trovasse in quella stanza ... Mi auguro che si chiariscano al più presto !!!!

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