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mercoledì 24 settembre 2014

The smell of London

NB: LEGGETE LA PREMESSA
Premessa: Quella che andrete a leggere non è una nuova storia, ma una semplice one shot nata un po per caso. Mi ero ripromessa che non avrei più scritto una storia su Robert, Robert attore quanto meno, ma alla fantasia non si può mettere nessun freno. Così una sera prima di dormire, mi si è formata in mente questa piccola storia. Non è nulla di che, una oneshot semplice tanto per passare un po il tempo. So anche che dovrei aggiornare l'altra storia e ne approfitto per dirvi questo: non so quando arriverà il prossimo capitolo. Avevo iniziato a scriverlo, ma word ha deciso di non salvare il file e, mettiamola così, quella è stata un po la mazzata finale. Non ho nessuna ispirazione, apro il foglio di scrittura ma rimane li, bianco come un lenzuolo. Non sono solita lasciare le mie storie a metà, ma questa volta va così e mi dispiace tanto perché sono consapevole del pote
nziale di quella storia.
Non ho in mente neanche altre storie, magari mi farò viva con qualche capitolo volante, magari un'altra one shot o un nuovo outtake su Anthony.
Prometto di provare a riprendere in mano "This is war", ma non mi sento di farvi una qualche promessa, quando arriverà l'ispirazione, troverete il capitolo, promesso. Bene, dopo tutta sta manfrina, direi di lasciarvi leggere. Grazie sempre a voi che leggete, che commentate e anche a voi silenziose. 



Come tutte le mattine, la prima cosa che fece Giulia fu guardare la sveglia, la seconda imprecare, la terza precipitarsi fuori dal letto.
Tutte le mattine la stessa storia. Per quanto potesse programmare 3 sveglie, il sonno aveva sempre la meglio. Si chiedeva come  riuscisse ancora ad avere un lavoro e l'unica spiegazione plausibile era la sua innata organizzazione. Poteva anche arrivare tardi, cosa che comunque succedeva raramente, ma una volta dietro la sua postazione, la professionalità prendeva la meglio.
Nel giro di 10' fu pronta, prese le cartelline lasciate sul mobiletto dell'entrata la sera prima e scese di corsa le scale trovandosi catapultata nel traffico cittadino!
Doveva ancora abituarsi a tutto questo; era cresciuta in un piccolo paesino di montagna italiano, dove l'unico intoppo, era quello di trovare delle pecore a bloccare l'unica strada del paese e adesso, in una città come Londra, si trovava catapultata in una nuova realtà.
Lavorava in un ufficio di commercialisti, non che lei fosse uno di loro, si limitava a far loro da segretaria e a fare da intermediario con clienti italiani.
Le piaceva il suo lavoro: dinamico, a contatto con tante persone, era quello che aveva sempre sognato e  ringraziava la sua buona stella per averglielo fatto trovare!
Durante il viaggio in metropolitana che da casa la portava a lavoro, pensò alla sua vita. Qualche anno prima aveva perso i suoi genitori. Rimasta sola con sua nonna, aveva continuato gli studi si era diplomata e quando aveva deciso di intraprendere la carriera universitaria, la sua unica parente la lasciò. Era rimasta sola, aveva degli zii ma con loro il rapporto non era mai stato idilliaco. Armata di coraggio, mica tanto alla fine, aveva deciso di trasferirsi in quella città che tanto amava!
 Arrivata alla sua fermata, spintonò le persone davanti a lei, beccandosi qualche occhiataccia e quando finalmente entrò nel palazzo dove lavorava, tirò un sospiro di sollievo: anche quella mattina era riuscita a non far tardi!
"Buongiorno Giulia, anche questa mattina quasi in ritardo?"
La guardia che stava all'entrata sorrise teneramente alla ragazza. Le piaceva quella italiana piena di energia e vitalità, aveva portato allegria nello stabile e lui non riusciva a non stuzzicarla tutte le mattine.
"Non sarei io altrimenti! E tu, Angus, vedi di non ingozzarti troppo con quei muffin. Ieri ho incontrato tua moglie e mi ha chiesto di tenerti d'occhio"
L'uomo borbottò qualcosa, mentre la ragazza, con un sorriso di vittoria stampato sulle labbra, andava verso gli ascensori!

L’intera giornata la passò dietro la scrivania, aveva parecchio lavoro da svolgere e le interruzioni dei vari colleghi non l’aiutavano di certo. Ll’unico momento di respiro fu durante la pausa pranzo dove, come al solito, si ritrovò in compagnia della sua collega e amica, Anne, parlando del più e del meno ma anche quell’ora passò troppo velocemente.
Si rese conto che era arrivato il momento di  andar via quando i colleghi iniziarono a salutarla, era cosi impegnata che non si era accorta fosse già ora di tornare a casa.
Rifece il percorso della mattina, questa volta con molta più calma, fregandosene di perdere la metro o degli spintoni ricevuti dalle altre persone. In quel momento era in pace con se stessa. Era soddisfatta della sua vita e nessuno le avrebbe rovinato l’umore, anche perché era venerdì e questo significava che domani si sarebbe dedicata alla sua corsetta mattutina.
Quando raggiunse casa, raccolse la posta davanti la porta. La portiera aveva questa strana abitudine di lasciarla li, più volte le aveva fatto notare che non era sicuro, che chiunque sarebbe potuto passare e rovistare tra la posta, ma lei le rispondeva sempre con uno sbuffo e con un semplice “ Signorina, io qui cosa ci sto a fare? Non faccio entrare nessuno nel condominio” giustificazione stupida, ma non si era sentita di ribattere ancora.
Entrata in casa si accorse del disordine lasciato la mattina, guardò la casa sconsolata, abbandonò all’entrata la borsa e la giacca. Con un grugnito si guardò nuovamente attorno: avrebbe fatto tutto il giorno dopo.

Green Park non era lontano da casa, per questo tutti i sabati lo raggiungeva a piedi e una volta arrivata all’entrata, iniziava il suo giro di corsa. Correre la rilassava, riusciva a spegnere il cervello e dedicarsi solo a lei. Un’ora tutta per se, un sogno praticamente. Ma quel sabato non aveva tenuto conto del caso, o del karma. Perché quel sabato successe qualcosa che non aveva tenuto in conto o che forse non avrebbe mai immaginato.
L’impatto fu forte, tanto da farla cadere a gambe in su. Iniziò ad imprecare in maniera colorita in italiano.
“Porca miseria, ma cosa sei un muro ambulante? Che male al sedere, ouch”
il ragazzo con cui si era scontrata cercava di aiutarla ad alzarsi, trattenendo a stento una risata. Pensava che quella ragazza fosse buffa, non aveva capito una sola parola di quella che aveva detto ma la trovava comunque divertente.
“Scusami, non ti avevo vista. Oddio, ma tu capisci la mia lingua o …”
“La capisco, imbecille”
solo in quel momento Giulia alzò gli occhi e la bocca diventò secca. Il ragazzo era alto, indossava un capello da baseball, ma quello che l’attirava erano gli occhi. Azzurri, verdi…un colore quasi indefinito, non ne aveva mai visti di così belli in vita sua. Nel frattempo, il ragazzo, sperava che la ragazza non lo avesse riconosciuto, perché sennò quello sarebbe stato davvero un guaio.
Ma lei sembrava quasi in trance e per un momento si chiese se non avesse battuto la testa, anche se non gli era sembrato che durante la caduta lo avesse fatto. Continuava a fissarla e si prese un momento per osservarla meglio. Era carina. Minuta, occhi grandi di un colore strano. Non erano marroni, avevano delle sfumature più chiare, non sapeva definirlo, i capelli neri e  lunghi sistemati in una lunga treccia.
Distolse lo sguardo, voleva evitare spiacevoli situazioni e imbarazzo, con lui non c’era la sua guardia del corpo e girare senza , soprattutto quando si creavano situazioni del genere, lo metteva a disagio.
“Sicura di star bene? Niente di rotto?”
“Non sono mica fatta di vetro. Sto bene, non avrai nessuno nella coscienza, almeno per oggi”
ancora una volta fu costretto a trattenere un sorriso.
“Buono a sapersi. Vorrei offrirti un caffè. Sai, per farmi perdonare”
sapeva che non doveva, che se si fosse resa conto chi avesse vicino, probabilmente gli sarebbe saltata al collo urlando, ma si sentiva in dovere di farlo.
“Oh, be’…non credo sia una buona idea, voglio dire; sto bene”
“Solo un caffè, che ti costa?”
“Non mi costa nulla, semplicemente non voglio. Senti, dico davvero, sto bene e adesso devo proprio andare. Ci si vede in giro”
la ragazza andò via, lasciandolo li ad osservare la figura della sua schiena farsi via via più piccola. Rimase deluso dal rifiuto ma con un alzata di spalle si incamminò nuovamente. Erano rari i momenti in cui era libero di fare una passeggiata, per lo più da solo, ma a Londra si sentiva abbastanza sicuro. Era la sua città e in caso di pericolo, ovvero assalto di fan, sarebbe riuscito a scappare.
Trovò una panchina libera, quel giorno la fortuna era dalla sua parte. Di fronte a lui il Big Ben  che sembrava sfiorare il cielo, le persone correvano, parlavano al telefono e anche con tutto quel trambusto riuscì a sentirsi sereno. Forse perché Londra gli mancava; era la sua città e anche se il sole era raro, rimaneva un posto affascinante proprio per quello. Quando era sceso dall’aereo, la prima cosa che fece fu annusare l’aria. L’odore della terra bagnata lo aveva investito e lo aveva fatto sentire immediatamente a casa. Fece la stessa cosa in quel momento, inspirò a pieni polmoni, rilasciando poco dopo l’aria incamerata. Sorrise tra se perché la sua mente aveva immagazzinato quell’odore e lo aveva riconosciuto come: odore di Londra.

Giulia era seduta sul davanzale della finestra del soggiorno, tra le mani stringeva un tea caldo e osservava la pioggerellina cadere.
Era tornata da due ore a casa, ma non riusciva a togliere dalla mente gli occhi penetranti del ragazzo con cui poche ora prima si era scontrata.
Lo aveva trovato bello. Ma non di quelle bellezze scontate, di quelle abituate a vedere nei giornali o in televisione; no. A lei quel ragazzo era sembrato speciale, ma probabilmente erano tutti film mentali, ma dentro se sentiva di aver ragione, quel ragazzo era speciale ma non lo avrebbe mai scoperto. Si pentì di non aver accettato il caffè offertogli, così avrebbe avuto la possibilità di conoscerlo e magari scoprire che in realtà fosse un imbecille patentato, ma lei scappava sempre dai ragazzi, aveva quasi paura di loro. Non che avesse avuto traumi, il suo era come uno scudo di protezione. Aveva avuto una sola relazione nella sua vita, era andata bene, ma non portava con se dei ricordi memorabili, forse perché con i ragazzi si era sempre sentita inadeguata.
Sbuffò, portando indietro la lunga chioma di capelli corvini e in quel momento decise di uscire. Non sarebbe rimasta tutto il giorno a piangersi addosso, non lo aveva mai fatto e non avrebbe iniziato a farlo proprio oggi.

Strinse il colletto del suo cappotto di panno, si era alzato il vento, un freddo a dir poco gelido. Le acque del Tamigi erano torbide, anche se non era proprio una cosa strana, quel dannato fiume era sempre torbido e sporco ma era il fascino di quella lunga lingua d’acqua. I capelli le frustravano gli occhi, anche con il cappellino sin sopra le sopracciglia riuscivano a colpirla. Sbuffò cercando di fermarli ma qualcuno vicino a lei tossicchiò. Si girò, curiosa di vedere chi avesse prodotto quel suono, e quasi strabuzzo gli occhi quando trovò di nuovo quegli occhi davanti a se!
“Mi stai seguendo?” fu la prima cosa che le venne in mente, pendendosene un secondo dopo. Ma il ragazzo non sembrava turbato, anzi, sfoderò uno di quei sorrisi capaci di sciogliere un ghiacciolo.
“No. Ti ho solo vista e mi sono avvicinato ma se ti do fastidio posso togliere il disturbo”

“No, no e scusami, non so neanche perché l’ho detto”
il ragazzo sorrise ancora, passando una mano tra i capelli e l’altra la teneva dentro il giubbotto dall’aspetto non proprio pesante.
“Posso offrirti quel famoso caffè? Non dirmi no anche questa volta”
“Non lo farò, ma propongo un tea. Oggi fa davvero freddo e il tuo giubbotto non da l’idea di essere molto pesante”
“Vada per il tea e comunque, sono Robert”
“Giulia”

Quello fu uno dei tanti pomeriggi passati insieme, si incontravano sempre nello stesso posto. Parlavano di tutto, a volte anche di cose senza senso ma stavano bene e per la prima volta da tanto tempo Robert sentì di essere se stesso. Non doveva preoccuparsi di nulla, era solo un ragazzo di 28 anni che chiacchierava in un qualsiasi locale londinese. Aveva capito che Giulia non fosse a conoscenza della sua notorietà, questo significava che non le importava nulla del gossip e questo la rese ai suoi occhi ancor più bella, ma prima o poi avrebbe dovuto rivelare la sua vera identità, di certo non poteva continuare a tenerlo nascosto. Più volte fu sul punto di dirglielo e tutte le volte si tirò indietro pensando non fosse il momento giusto.
Purtroppo, un pomeriggio, ci pensò una fan a farlo. Era stata carina e molto discreta, ma non poté fare a meno di osservare la reazione di Giulia che dal canto suo rimase impassibile. Sorrise e salutò anche la fortunata ragazza, rimanendo in assoluto silenzio anche  quando andò via, continuando ad osservare le persone sul marciapiede e sorseggiare il suo tea. Quel comportamento lo innervosì, ma si morse la lingua cercando di mantenere la calma. Quando lei iniziò a parlare, cercò il suo sguardo ma non lo trovò e fu costretto ad ascoltarla e stringere le mani a pugno
“Sai, sono parecchie le cose che odio: gli insetti ad esempio. Non ne capisco l’utilità, sono solo capaci di creare fastidio, probabilmente utili all’eco sistema ma per noi umani sono una scocciatura. Altra cosa che odio: i posti troppo affollati. Mi mettono ansia, tutte quelle persone sono così imprevedibili e i primi tempi qui a Londra è stato un bel casino, ho cercato di abituarmi e sembra ci stia riuscendo. Ma la cosa che odio di più sono i bugiardi” bingo, pensò.
Ma in quel momento la ragazza lo guardò e quello che vi lesse in quegli occhi non gli piacque affatto
“Giulia …”
“Le bugie, quelle sono una cosa che non sopporto e con loro i bugiardi. Non riesco a capire perché le persone sentano il bisogno di raccontare balle, non l’ho mai capito e credo non riuscirò mai a farlo. Sai, la prima volta che ci siamo incontrati, il giorno dello scontro, quando sono tornata a casa ho pensato: quel ragazzo mi piace, sembra così sincero … ironico no? In questo momento, mi stanno passando per la mente tante cose, ma l’unica cosa che ti chiederò è: perché?”
non seppe cosa rispondere, quell’arringa lo aveva spiazzato, non l’aveva mai sentita parlare così tanto, neanche in quei giorni. Continuava a fissarla, fin quando non intercettò il suo movimento; stava andando via.
“No, non andare, parliamo”
“Il tempo per parlare è finito. Dio, sono stata così stupida…lascia perdere Rob, davvero. Devo solo imparare a non affezionarmi troppo alle persone e per assurdo, in questi pochi giorni, mi sono affezionata a te. Sei la persona più vicina alla figura di amico, ma ovviamente questo idillio non poteva durare molto. Buona vita Rob”
Lui non si mosse. Lei uscì fuori dal locale cercando di mantenere un certo contegno, almeno fin quando non si allontanò abbastanza da quel posto in cui, sicuramente, non avrebbe rimesso più piede.
Tornata a casa, la prima cosa che pensò di fare fu accendere il computer e cercare notizie su quel ragazzo. Le si aprirono milioni di pagine di gossip, ma non ne aprì neanche una ma  andò dritta sulla pagina dedicata al cinema. Li trovo la sua filmografia e rimase stupita. Era uno famoso, ma davvero famoso e pensandoci, aveva anche visto qualche suo film, come diavolo aveva fatto a non riconoscerlo? Se lo chiese per tutto il tempo, guardò scatti rubati, immagini di premiere e più andava avanti più si dava della stupida. Chiuse con forza il laptop, aveva deciso di accantonare quell’amicizia, lui sarebbe tornato a LA e la sua vita sarebbe tornata alla normalità.
Trascorse un mese da quell’episodio, lei tornò alla sua vita cercando di pensare il meno possibile a lui, quando si trovava a farlo sentiva qualcosa di strano al petto e non poteva permettersi di sentirsi così. Di lui non seppe più nulla.
Ma Robert sapeva tutto di lei. L’aveva cercata, ricordando quel giorno in cui l’accompagnò a lavoro per un urgenza. Si nascose, cercando di passare inosservato tra i passanti. Si sentiva uno stupido con quel berretto e gli occhiali da sole, ma doveva stare attento a non attirare l’attenzione di ragazzine, di certo non avrebbe fatto una bella figura. In quei giorni scoprì quanto la ragazza fosse abitudinaria: usciva e rientrava sempre allo stesso orario, la luce del soggiorno rimaneva accesa fino a una certa ora per poi spegnersi e quello era il momento in cui tornava a casa. Si sentiva un verme, quel giorno non aveva avuto il coraggio di fermarla, anche se avrebbe voluto farlo, l’aveva delusa due volte e gli mancava il coraggio per chiarire la situazione, per spiegarle il suo comportamento.
Era il 20 dicembre e quel giorno decise di non andare sotto casa di Giulia; a cosa sarebbe servito? La sua guardia del corpo lo seguiva come un ombra, sempre molto discreto, ma seguiva ogni suo movimento. La sua presenza lo faceva stare tranquillo, gli aveva chiesto di raggiungerlo dopo uno spiacevole inconveniente con delle fan e in quel momento voleva stare solo in pace, senza che nessuno lo disturbasse. Senza rendersene conto, si ritrovo lungo le sponde del Tamigi, di nuovo il grande Ben davanti a se ma questa volta non lo ammirò come quella volta, non ispirò il “profumo di Londra”, si sedette su una panchina e rimase li, immobile, con lo sguardo perso fin quando non senti un movimento vicino a lui. Con la coda dell’occhio scorse un giubbotto rosso e dei lunghi capelli neri che ricadevano di lato. Era lei, l’aveva riconosciuta ma rimase immobile, per paura di dire qualcosa di sbagliato.
“Non c’eri stamattina e mi sono chiesta dove fosse finito il mio stalker preferito, non sai nasconderti molto bene”
raggelò sul posto. Lei sapeva ma non lo aveva mai fermato.
“È sempre così la tua vita? Tu seduto e quell’omone dietro di te?”
“No, non sempre, solo in casi particolari. Quando ci siamo conosciuti lui non c’era, ricordi?”
si limitò ad annuire, non lo guardava e lui desiderava tanto vedere quegli occhi sui suoi.
“Giulia io …devo chiederti scusa e hai tutte le ragioni per essere arrabbiata con me”
“Non sono arrabbiata. Delusa, quello si ma in questi giorni ho analizzato un po’ la cosa e ho capito la tua motivazione. Hai avuto, fammi passare il termine, paura che quella normalità finisse. Che se avessi saputo la tua vera identità ti avrei visto come Rob l’attore e non SOLO come  Rob. Ma vedi, a me non importa chi tu sia. Io ho conosciuto un ragazzo normale a cui piace parlare di musica, di libri, a cui piace ascoltare le persone. Anche  adesso che so chi sei in realtà non mi importa”
In quel momento lei lo guardò negli occhi e lui la bacio. Le mani chiuse tra le sue guance, labbra che piano prendevano confidenza. Era come se il tempo si fosse fermato, vi erano sono quelle sensazioni che quei due ragazzi non avevano mai provato in vita loro. I loro cuori sembravano impazziti ma non smisero un solo secondo di baciarsi. Si erano ritrovati e solo quello contava in quel momento. Se ne fregarono anche dei passanti e della possibilità che qualcuno li vedesse. Quando si staccarono le loro fronti si toccarono, gli occhi rimasero chiusi. A quel punto fu lui a rompere quella bolla
“Sarà difficile, dannatamente difficile”
“Lo so”
“Farò parecchie cazzate”
“So anche questo”
“Ma voglio che tu sia la mia normalità, la mia boccata d’aria fresca in tutto questo casino”
“Voglio esserlo”
“Tornerò a Londra e andrò a LA solo per i discutere di lavoro e quando lavorerò verrai con me”
“Va bene”
Si baciarono ancora, consapevoli che non sarebbe stato così semplice, che mille ostacoli li aspettavano ma non gli importava perché li, sulle rive del Tamigi avevano esternato i loro sentimenti e solo una piena avrebbe potuto distruggerli. Si staccarono ancora e lui sospiro, riempiendo nuovamente i polmoni di profumo di Londra ma questa volta non vi era solo quello, c’era anche il profumo di Giulia.
“Cosa fai, respiri un po’ d’aria pulita?” lo disse in tono sarcastico, storcendo un po’ il naso.
“No, respiro l’odore di Londra, odore di casa. Di te” 

4 commenti:

  1. mi dispiace che per un po' "This is war" sia sospesa perchè è davvero una bella storia,ma se al momento hai un blocco dello scrittore pazienza,meglio aspettare e leggere qualcosa che convinca prima di tutto te piuttosto che qualcosa di forzato fatto tanto per aggiornare quindi tranquilla ;) e per quanto riguarda questa one-shot,sono probabilmente pessima ma sono contenta che tu abbia perso qualche ora di sonno per scriverla,è davvero bella e dolce,del tipo che sarebbe perfetta da leggere mentre si beve una bella tazza di tea

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  2. Spero tanto che ti torni l'ispirazione ciccia....non è facile immagino. Nel frattempo ci godiamo queste one-shot, brevi ma intense e dolcissime. Grazie, è sempre bello leggere di Rob e di come potrebbe essere la sua vita

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  3. *____________* e che diamine !
    Rotture su rotture senza poter leggere in dolce e santa e beata pace...
    OMG... che meravigliaaaa ma che meravigliaaa..
    Mi sono persa, giuro che mi sono persa con la mente..
    Grazie Twi.. meravigliosa..

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  4. Brava Marty, davvero carina questa piccola e dolce storia!
    Quanto all' altra ff, anche a me dispiace per questa sospensione, ma non preoccuparti, prenditi tutto il tempo che ti serve e quando tornerà l' ispirazione noi saremo qui pronte a leggerti!

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